martedì, maggio 29, 2012

Lo Shale Gas visto dalla Russia


Da Club Orlov. Traduzione di Massimiliano Rupalti



La storia ufficiale dello shale gas (gas di scisti) è più o meno questa: i recenti progressi tecnologici delle compagnie energetiche americane hanno reso possibile mettere in produzione un abbondante, ma precedentemente inaccessibile, fonte di gas naturale pulito e amico dell'ambiente. 


Questo ha fatto diventare gli Stati Uniti leader mondiale della produzione di gas naturale, superando la Russia e preparandosi per mettere fine al monopolio russo del gas in Europa. 

Inoltre, questo nuovo shale gas viene trovato in molte parti del mondo e favorirà, a tempo debito, la maggior parte dei paesi del mondo nel raggiungere l'indipendenza dai tradizionali produttori di gas. Di conseguenza, la capacità di quei paesi con grandi riserve di gas naturale – Russia ed Iran – di controllare il mercato del gas naturale si ridurrà, insieme alla loro influenza geopolitica.
Se fosse così, ci dovremmo aspettare che il Cremlino e la Gazprom se la stiano facendo sotto. Ma è così? Ecco ciò che ha detto recentemente il presidente della Gazprom, Alaxei Miller, alla Süddeutsche Zeitung: “Lo shale gas è una campagna globale di pubbliche relazioni ben organizzata. Ce ne sono molte: il raffreddamento globale e i biocarburanti”. 

Egli evidenzia che la tecnologia per produrre gas dagli scisti è vecchia di molti decenni e suggerisce che gli Stati Uniti vi si sono rivolti per disperazione. La scarta inoltre come possibile alternativa energetica per l'Europa. 

E' solo l'altra faccia della propaganda oppure Miller non fa altro che dichiarare l'ovvio? Esploriamolo. Baserò la mia esplorazione sulle fonti russe, il che spiega perché tutti in numeri siano nell'unità metrica (se volete convertire; 1 m3 = 35 piedi cubici, 1 km2 = 0.38 miglia quadrate, 1 tonnellata = 1.1 tonnellate corte).

Il bacino di gas di scisti meglio sviluppato è Barnett, in Texas, responsabile ad oggi del 70% di gas di scisti prodotti. Per “sviluppato” intendo dire trivellato, trivellato e trivellato, poi trivellato ancora un po': solo nel 2006, sono stati trivellati tanti pozzi nello scisto di Barnett quanti che ne sono attualmente in produzione in tutta la Russia. 


Questo a causa del fatto che i rendimenti medi dei pozzi di Barnett sono di soli 6,35 milioni di m3 di gas  in tutta la loro vita produttiva, il che corrisponde al rendimento medio mensile di un pozzo russo che produce per un periodo di oltre 15-20 anni. Il che significa che il rendimento di un pozzo di gas di scisti è almeno di 200 volte. Questa febbrile attività una volta che un pozzo è stato perforato, in modo da continuare a raccogliere anche quelle magre quantità, i pozzi devono essere regolarmente sottoposti alla fratturazione idraulica o “fracking”. 

Ogni 1.000 m3 di  gas, servono 100 kg di sabbia e 2 tonnellate di acqua che, insieme ad un cocktail chimico brevettato, vengono pompati nel pozzo ad alta pressione. Metà dell'acqua torna indietro e deve essere trattata per rimuovere le sostanze chimiche. Il fabbisogno annuale per il bacino di Barnett si aggira attorno ai 7,1 milioni di tonnellate di sabbia e 47,2 milioni di tonnellate di acqua, ma il loro numero è probabilmente minore, poiché molti pozzi rimangono a lungo inattivi.

Nonostante la frenetica attività di perforazione e di fratturazione, questa non è che una piccola cosa per gli standard russi. Le riserve provate russe ammontano a 43,3 trilioni di  m3, che sono circa un terzo del totale mondiale. All'attuale tasso di consumo, sono in grado di durare ancora 72 anni. 


La produzione del gas russo è vincolata dalla domanda, non dall'offerta; ora si trova in flessione semplicemente perché l'Eurozona è nel bel mezzo di una crisi economica. Nel frattempo, la produzione degli Stati Uniti è anticipatamente aumentata, per ragioni non adeguatamente esplorate, abbattendo il prezzo e rendendo gran parte di tutto ciò infruttuoso. 

Facciamo un paragone: il prezzo della Gazprom alla bocca del pozzo va da 3 a 50$ americani per ogni 1.000 m3, a seconda della regione. Confrontatelo con quello del gas di scisti americano, che va da 80 a 320$ americani per 1.000 m3. Inoltre, il volume complessivo di gas di scisti che è stato prodotto negli Stati Uniti, considerato anche il febbrile tasso di perforazioni dei due anni passati, se ripulito, liquefatto e spedito in Europa con metaniere, non sarebbe abbastanza nemmeno a riempire il terminal navale di  Gdańsk, in Polonia, che attualmente è inattivo. Sembra proprio che Gazprom non habbi molto di cui preoccuparsi.

Gli Stati Uniti, d'altra parte, hanno molto di cui preoccuparsi. Si è fatto già un gran parlare dell'inquinamento dell'acqua di falda ed altre forme di distruzione ambientale che accompagnano la produzione di gas di scisti, quindi non me ne occuperò qui (c'è un bel documentario di Josh Fox del 2010, Gasland, su questo argomento, ndT.). Piuttosto, mi concentrerò su due aspetti che sono altrettanto importanti ma che hanno raramente ricevuto una qualche attenzione.

Per prima cosa, cos'è il gas di scisti? Fate questa domanda e vi risponderanno. “Stai zitto, è metano”. Ma lo è realmente? La composizione del gas di scisti è una sorta di segreto di Stato negli Stati Uniti, ma le informazioni circa il gas prodotto dai nove progetti pilota polacchi che sono trapelate non sono buone: il gas di scisti polacco è risultato avere concentrazioni di azoto così alte che non brucia nemmeno. 

Esiste una tecnologia per ripulire un gas che ha, diciamo, un 6% di azoto, ma il gas polacco è vicino al 50% di azoto e, dati gli alti costi di produzione, i bassi rendimenti, il rapido esaurimento e la bassa pressione alla bocca del pozzo, ripulirlo e portarlo alle specifiche giuste (che sono del 1% di azoto) risulterebbe essere probabilmente uno spreco netto di energia. 

Anche se il contenuto di azoto del gas di scisti fosse abbastanza basso da permetterne la combustione, i problemi non finiscono qui. Potrebbe contenere anche idrogeno solforato, che è tossico e corrosivo e deve essere rimosso prima che il gas venga immagazzinato o immesso in una linea di distribuzione. 

Probabilmente contiene toluene ed altri solventi organici – ingredienti del cocktail del fracking – che sono cancerogeni. Infine, potrebbe essere radioattivo. Tutte le argille sono leggermente radioattive e il gas di scisti è una specie di argilla trattata col calore. Mentre lo scisto di Barnett non è particolarmente radioattivo, lo scisto di Marcellus, che è stato recentemente il centro di un'attività frenetica di perforazione, lo è. 

Grazie al gas di scisti del Marcellus, il gas radon radioattivo vi viene consegnato direttamente nella vostra cucina, attraverso i fornelli del vostro piano cottura, o ad una ciminiera di un impianto produttivo che si trova sopravento rispetto a voi. Ciò dovrebbe comportare un aumento dei tassi di cancro nei prossimi anni.

Secondo, per quale motivo il gas di scisti viene prodotto? I prezzi del gas naturale sono precipitati  e si trovano attualmente attorno ai 2 dollari per 1.000 piedi cubici. Questo equivale a circa 70 dollari ogni 1.000 m3. Se la produzione di gas di scisti costa dagli 80 ai 320 dollari per 1.000 m3, non è chiaro come ci si possa fare dei soldi.

Ma forse farci dei soldi non è il punto. E se il gas di scisti fosse solo una campagna di pubbliche relazioni (con orrendi effetti collaterali ambientali)? Tornando a quello che dice Alexei Miller, che succede se il punto di tutta la faccenda fosse di aumentare la capitalizzazione delle esplorazioni del gas di scisti e della ditte produttrici? 


L'azienda numero uno nel gas di scisti è la Chesapeake Energy, la proprietaria del bacino di Barnett ed una delle attrici principali di quello di Marcellus. Quest'azienda ha quasi fatto bancarotta nel 2009, ma poi è riuscita a ritrovare il suo modo di tornare alla redditività nel 2010 e 2011 perforando, perforando, perforando e perforando ancora un po'. Il sessanta per cento dei loro ricavi proviene dalle attività di perforazione. 

Ed ora c'è uno scandalo che coinvolge il (ex?) presidente di Chesapeake Energy, Aubrey K. McClendon, che apparentemente si aggiudicato una quota in ogni pozzo che la sua compagnia ha perforato, le ha usate come garanzia per prestiti di miliardi e usato i prestiti per scommettere che i prezzi del gas naturale sarebbero cresciuti (non lo hanno fatto). Nel frattempo, il numero di piattaforme di perforazione e sceso a quello di dieci anni prima. Dato che i pozzi del gas di scisti si esauriscono molto rapidamente, sembra che il boom del gas di scisti sia finito. 

Ma ora che è finito, cos'era, esattamente? Sembra che ci sia stata una bolla simile a quella della rete: le aziende senza nessun modo concepibile di ottenere un profitto che usano una campagna pubblicitaria per attrarre investimenti e portare le proprie quotazioni verso l'alto. Dal 2008, diversi tipi di manipolazioni del mercato basati sulla pubblicità sono diventati i prodotti principali della vita economica degli Stati Uniti e quindi questo non è niente di nuovo  o di diverso.

Una domanda interessante è: quale sarà la prossima bolla che gli Stati Uniti tenteranno di gonfiare, sempre che ci ne sia un'altra? C'è la IPO (Offerta Pubblica Iniziale) su Facebook in arrivo. Facebook è un ridicolo spreco di tempo e, come tale, sembra essere sopravvalutato. Tenteremo di gonfiare una nuova bolla informatica? Un altro giro di mutui subprime non sembra essere in atto. Cosa deve fare un galoppino delle bolle? Se non ci sono più bolle da gonfiare, si fa ritorno a stampare semplicemente moneta.

Così, tutta questa cosa del gas di scisti non ha funzionato per come è stata pianificata, lo ha fatto? Ma avrebbe potuto farlo? Avrebbe potuto rivelarsi molto meglio ad ogni modo? Avrebbe potuto spostare l'influenza geopolitica dalla Russia e dall'Iran di nuovo verso gli Stati uniti? Ahimè, no.

Vedete, non c'è niente di simile ad un mercato globale del gas naturale. Si, ci sono alcune metaniere in navigazione, ma è più che altro un commercio di area. C'è un mercato nord americano chiuso, uno europeo ed un altro nella regione asiatica del pacifico. 

Questi mercati non interagiscono. Il mercato nord americano e quello europeo potrebbero avere un solo produttore in comune:il Qatar. Il Qatar una volta voleva esportare gas naturale liquefatto negli Stati Uniti, ma poi hanno deciso di esportarlo in Europa al suo posto, provocando meno di una perdita, perché i prezzi del gas europeo sono sostanzialmente più alti. 

La ragione per cui il Qatar scarica il gas naturale in Europa è perché ha gas da scaricare: il suo giacimento di gas del nord è un giacimento molto “bagnato”, con una percentuale sostanziale di condensato di gas naturale. La quota OPEC del Qatar è di 36-37 milioni di tonnellate di petrolio all'anno, ma il condensato di gas naturale non è considerato essere petrolio e non è vincolato da quote OPEC. 

Lo sfruttamento della lacuna del condensato permette al Qatar di esportare 67,5 milioni di tonnellate: il 77% oltre la propria quota. Il gas naturale liquefatto è solo una produzione concomitante e il Qatar può permettersi di esportare gas naturale liquefatto in Europa in perdita. Ciò è solo una succosa curiosità, ma in realtà una sorta di nota a piè di pagina, un'eccezione che conferma la regola: non c'è alcun mercato globale del gas.

C'è ancora, tuttavia, una disinformazione americana globale e un mercato condizionato da campagne pubblicitarie, anche se pure questo sta cambiando. La visione dalla Russia è che è molto chiaro di cosa si è trattato: propaganda americana e buffonate finanziarie. Non c'è niente da vedere, gente, circolare.


sabato, maggio 26, 2012

Quando la domanda supera l'offerta: ragioni strutturali degli alti prezzi del petrolio

Da “The Oil Crash” del 14 settembre 2011. Traduzione di Massimiliano Rupalti



Guest post di Antonio Turiel


Cari lettori,

Mentre preparavo la conferenza che devo tenere questo sabato all'Espai La Caixa di Girona ho avuto modo di provare ad elaborare alcuni argomenti circa la carenza di petrolio, soprattutto a causa del divario osservato per oltre un anno fra l'offerta e la domanda di petrolio; alla fine le mie analisi sono risultate essere troppo complesse per presentarle nel contesto di una chiacchierata su aspetti più generali, ma il materiale risultante credo sia utile e illustrativo per fare un post. Eccolo.

I puristi mi diranno che offerta e domanda coincidono sempre per definizione, poiché si realizzano solo quando coincidono. 

Questo è certo, ma nel caso del petrolio c'è una piccola sottigliezza dovuta al fatto che i paesi e le industrie accumulano riserve di petrolio comprato in anticipo e questa dispensa genera certi piccoli scompensi fra il petrolio che si consuma e quello che si produce in modi diversi (ricordiamo che quello chiamiamo petrolio oggigiorno comprende petrolio greggio, che è quello che realmente si estrae dal sottosuolo, e poi tutta una pletora di petroli sintetici derivati dai liquidi del gas naturale, la trasformazione dello stesso gas naturale in qualcosa di equivalente al petrolio, i petroli sintetizzati dalle sabbie bituminose del Canada e i biocombustibili). 

 Queste riserve, quelle strategiche delle nazioni e quelle industriali o operative che l'industria gestisce, hanno funzioni diverse. Le riserve strategiche sono pensate per far fronte ad interruzioni della fornitura di petrolio dovute a problemi principalmente geopolitici e coprono, su mandato della IEA (International Energy Agency), 60 giorni di fornitura per tutti i paesi OCSE, intendendo questa quantità come la domanda o le importazioni rispetto al periodo immediatamente precedente, quella che risulti essere maggiore fra le due quantità. In quanto alle riserve dell'industria, sono pensate per far fronte a fluttuazioni nell'arrivo delle petroliere e dei maggiori mezzi di fornitura e servono anche per ammortizzare l'aumento o il ribasso dei prezzi; in pratica l'industria è prossima ad avere anch'essa attorno ai 60 giorni di fornitura in magazzino.

Ho compilato i dati di tutte informative disponibili al pubblico su offerta e domanda di petrolio a livello globale, accessibili dalla pagine dell'Oil Market Report della IEA. Queste informative ci permettono di risalire indietro di soli 20 anni, ma per quello che intendiamo dimostrare è sufficiente. 

Dalle informative ho preso i valori trimestrali della fornitura e di domanda globale di petrolio (ricordate, queste due cifre non corrispondono a causa dello stoccaggio), prendendo la precauzione di prendere la cifra più aggiornata degli stessi (le stime iniziali per i quattro trimestri di un anno dato si revisionano e aggiornano nelle edizioni di due anni più tardi). Questi valori di produzione e domanda di petrolio si esprimono in milioni di barili giornalieri (Mb/g) che rappresentano il flusso medio durante il trimestre in corso. La curva della domanda riflette un chiaro andamento stagionale con picchi di consumo in estate e inverno, qualcosa di più addolcito rispetto a quella della produzione; per rendere l'insieme un po' più gradevole alla vista ho lavorato con valori “non-stagionali”, prendendo per ogni trimestre il valore medio di questo più i tre precedenti. Il risultato è mostrato nel seguente grafico:



Curve non-stagionali (nel senso che si riferiscono ad una media annuale, ndT.) di produzione (in rosso) e domanda (in verde) di petrolio su scala globale; dati dell'OMR e dell'IEA
Come si vede, entrambe le curve si intrecciano frequentemente, anche se come norma generale è la curva di produzione che di solito supera quella della domanda, a eccezione di questo ultimo anno. Ricordiamo che dal maggio 2010 la domanda si sta rivelando consistentemente superiore alla produzione di petrolio, con un deficit medio, per questo periodo di 16 mesi già trascorsi, di circa 1 Mb/g. Data la scala verticale del grafico qui sopra, è difficile apprezzare come siano significative le differenze fra la produzione e la domanda, così che la cosa migliore è prendere la differenza (calcolata come la produzione meno la domanda) e rappresentarla: 

Serie non-stagionale di produzione meno la domanda di petrolio su scala globale.

Si vede che normalmente la curva è a volte positiva (si produce più di quanto si consumi e pertanto l'eccedenza viene stoccata) e a volte negativa (si consuma di più di quanto si produca e la differenza proviene da quanto stoccato precedentemente). 
I periodi di deficit possono durare anche due anni (per esempio 2002-2004) anche se il deficit non è mai stato grande quanto adesso (intorno a 1 Mb/g). Accade così che le eccedenze (per esempio 1997-1999) erano di maggior entità dei deficit, ma quello che mostra il grafico è che le prime siano sempre più ridotte e, in modo preoccupante, per la prima volta l'ultima eccedenza sta per essere superata in grandezza dall'attuale deficit. 
Eppure, vedendo il grafico non possiamo sapere rapidamente qual è lo stato delle riserve globali in questo momento, o meglio, quanto siano cambiate dall'anno in cui comincia la serie. Per farsi un'idea completa di qual è lo stato delle riserve stoccate di petrolio, ciò che si deve fare è integrare questa serie, cioè, accumulare i valori di deficit e delle eccedenze col tempo (prendendo la precauzione di moltiplicare la produzione media giornaliera del trimestre per i 91,25 giorni che lo stesso ha in media) e così otteniamo una curva sul modo in cui sono cambiate le riserve stoccate di petrolio durante gli ultimi 20 anni.


Bilancio aggregato della differenza produzione-domanda di petrolio su scala globale.

La curva sopra ci dice che, nonostante i suoi alti e bassi, la quantità di petrolio stoccata in modo permanente è cresciuta tendenzialmente col tempo. Qui è giusto fare un chiarimento: oltre alle riserve operative e strategiche, ci sono altri tipi di stoccaggio, il più importante dei quali è lo stoccaggio fluttuante: i petrolieri che possono arrivare a stoccare più di 600 milioni di barili (Mb). Tuttavia è uno stoccaggio in genere abbastanza dinamico (a parte nel 2009, quando alcuni petrolieri persero mesi prima di scaricare) e, siccome la serie è non-stagionale ed ora integrata su un grande periodo di tempo, il suo impatto è trascurabile.
Vedendo la figura precedente arriviamo alla conclusione che, nonostante la tendenza al ribasso dell'ultimo anno, non c'è nulla di allarmante nell'evoluzione del differenziale di produzione-domanda, e in quel senso la differenza dal 2010 al 2011 non pare nemmeno un fatto eccezionale. 
Tuttavia, questa interpretazione è erronea tenendo conto di come funzionano le riserve strategiche ed operative. Ed è che, come ho detto, devono coprire insieme circa 120 giorni di consumo, di domanda; ma durante i 20 anni della serie mostrata lì sopra, il consumo ha continuato ad aumentare. Pertanto, si dovrebbe comparare la serie accumulata della differenza di produzione-domanda con la serie degli aumenti delle riserve stoccate delle nazioni. Sappiamo che le nazioni dell'OCSE risparmiano intorno a 120 giorni di consumo e ad una prima approssimazione considereremo che il resto delle nazioni faccia lo stesso. Ciò significa che l'incremento necessario delle riserve per le nazioni è come 120 per la differenza della domanda fra il punto attuale ed il punto iniziale della serie. Sottraendo quella serie di incrementi di riserve dalla serie accumulata dalla differenza produzione-domanda, otteniamo la serie seguente di scostamento tendenziale:


Scostamento tendenziale delle riserve per nazione su scala globale.
Quest'ultima serie, nel grafico subito sopra a queste righe, mostra fino a che punto le differenze osservate fra la produzione e la domanda si esplicano con la necessità di continuare ad ampliare le riserve stoccate per ogni nazione (strategiche + operative) nella misura in cui la domanda aumenta. Sarebbe normale se questa fosse piatta, costantemente uguale a zero, anche se logicamente, data l'inerzia dei meccanismi di risposta, ci si aspettano certe oscillazioni rispetto a questo valore. 
Tuttavia, ciò che si osserva è qualcosa di diverso. Verso il 1993 siamo incorsi in un deficit importante delle riserve stoccate per ogni nazione (probabilmente derivate dal sostenere i costi per l'uscita dalla crisi del 1991, la riunificazione tedesca e la drastica caduta della produzione nella ex URSS) e non torna alla stabilità fino al 1999. Stabilità che dura fino al 2003. A partire dal 2003, tuttavia, si produce un persistente e grande scostamento tendenziale, un grande svuotamento delle riserve stoccate per ogni nazione, che pertanto vengono fissate ad un livello di 800 Mb inferiore a quello cui si trovava solitamente. Verso il 2005 inizia un processo di riacquisto del petrolio per recuperare le riserve, il che probabilmente spiega perché nel 2005 i prezzi del petrolio iniziano e salire senza fermarsi finché, poco prima del 2008, si decide di abbandonare questa strategia e continuare a liberare riserve. Arriva la crisi del 2008, cade la domanda, cadono i prezzi e le riserve possono tornare a riempirsi, con petrolio a prezzi economici, ma il processo si arresta verso l'inizio del 2010 e da allora lo svuotamento delle riserve ha accelerato, giungendo a dimensioni mai viste prima di più di 1.000 milioni di barili. Ed il processo non si è ancora fermato. 
A questa analisi si potrebbe obiettare l'approssimazione grezza che ho adottato per valutare la relazione fra la domanda e la dimensione delle riserve. Così come nell'OCSE la differenza fra il valore reale delle riserve stoccate e quei 120 giorni di domanda non è troppo grande, è difficile sapere cosa facciano esattamente gli altri paesi, specie quelli tanto riservati come la Cina. Tuttavia credo che questa analisi possa dare una prima idea ed approssimazione dei processi che possono essere in corso.
Come conclusione del mio studio, i dati mostrano che dal 2003 si sta vivendo un processo storico di sussidio del prezzo del petrolio a costo dello spendere il petrolio che si aveva precedentemente o di non aggiornare le riserve seguendo quella che era la pratica normale. Questo trasferimento di rendimento petrolifero si è fermato nel 2005 e a partire da lì ha seguito una traiettoria complicata condizionata dalle alterne vicende economiche.
Nel momento attuale stiamo vivendo un'acutizzazione di questo processo, e ci siamo incamminati decisamente verso una maggiore riduzione delle riserve; pertanto mettendoci in una posizione peggiore rispetto al futuro. 
In questo momento, la caduta della domanda già osservabile dovrebbe abbassare il prezzo del petrolio, ma data la mancanza di 1,5 Mb/a della Libia, la discrepanza fra produzione e domanda non si è chiusa e questo porta a continuare lo svuotamento a discapito delle riserve di petrolio. 
Non alla velocità desiderabile per far abbassare il prezzo e questo in parte ha motivato la liberazione di 60 Mb delle riserve strategiche annunciate dalla IEA il giugno scorso , una sciocchezza in confronto all'ampiezza, di varie volte più grande, nel movimento osservato. Quindi il prezzo non si abbassa e se a un certo punto l'industria della distribuzione del petrolio decidesse che non può continuare a contrarre oltre le sue riserve perché complicherebbe l'esercizio dei suoi affari, dovremo tornare a comprare petrolio, il prezzo tornerà a salire con forza e ciò aggraverà la recessione che sta iniziando. L'unico modo per evitarlo sarebbe che la domanda cadesse da sé con ancora più forza, il che implicherebbe che la recessione è più grave di quanto ci aspettassimo. In conclusione: la nuova recessione che sta iniziando sarà molto più grande del previsto e molto più di quanto figuri nelle mappe degli economisti mainstream.
Saluti.
AMT

Appendice (del 16 settembre 2011): seguendo il suggerimento del commento di Roger O. e per dare un'idea della sensibilità di queste analisi, particolarmente la valutazione dello scostamento tendenziale alla cifra che si è usata per stimare le riserve globali (120 giorni di domanda), ho rifatto questo grafico valutando le riserve in 90 e 150 giorni di domanda.

Scostamento tendenziale a partire da riserve stimate in 90 giorni (linea verde), 120 giorni (linea rossa) e 150 giorni (linea azzurra) di domanda. 

Come si vede, le conclusioni qualitative del post continuano inalterate in questa classifica, cambiando solo la classifica quantitativa della detrazione delle riserve. Il grafico diventa positivo solo nella parte finale (ma con la tendenza negativa e raggiungendo lo zero alla fine del 2011) quando si prendono un po' meno di 60 giorni di domanda mondiale come stima del volume desiderato delle riserve su scala globale. 

lunedì, maggio 21, 2012

La degenerazione industriale

Articolo da The Oil Crash. Traduzione di Massimiliano Rupalti

Immagine da http://sightsandlights.blogspot.com.es


Di Antonio Turiel


Cari lettori,

oggi mi sono bruciato un dito. Ho aperto il gas per far cuocere le lenticchie ed ho tardato un secondo o due in più del necessario. Troppo. La fiamma del fiammifero era già arrivata alla punta del mio indice e praticamente mentre lo avvicinavo al bruciatore ho dovuto iniziare ad agitarlo per spegnerlo. 

giovedì, maggio 17, 2012

Scarsità dei metalli: domani il “picco di tutto”


Da Oil Man. Traduzione di Massimiliano Rupalti

Ringrazio la redazione di Science & Vie che questo mese mi propone un'inchiesta su un tema essenziale, sul quale non riuscivo a trovare il tempo che mi serviva per occuparmene: il declino delle riserve mondiali di metalli (preziosi e no). Quindi sì, il petrolio non è la sola materia prima che minaccia il desiderio irrefrenabile della società dei consumi.

Il rame, lo zinco, l'oro e l'uranio figurano fra i principali metalli le cui riserve mondiali sembrano in via di esaurimento.

 Una miniera di rame moderna, in Australia. Fra i grandi giacimenti esauriti, Science & Vie fa l'esempio della “favolosa” miniera svedese di Stora Kopparberg, "che forniva tutte l'Europa del XVI e del XVII secolo", chiusa nel 1992. DR.


lunedì, maggio 14, 2012

Fukushima: La crisi non è finita


Da Akio Matsumura. Traduzione di Massimiliano Rupalti

“Secondo questo scenario, il rischio più grande durante la fusione non erano i reattori di
per sé, ma le piscine del combustibile esaurito che gli stavano sopra, in particolare quello
sopra al reattore 4.” 

The Japan Times [foto dalla TEPCO]

sabato, maggio 12, 2012

La terra svuotata: una recensione di Eugenio Baronti

 
Eugenio Baronti è stato assessore all'ambiente al comune di Capannori (Lu), creando quella rivoluzione nella gestione dei rifiuti basata sulla raccolta differenziata che ha portato Capannori ad essere famoso in Italia e anche nel mondo. Baronti è stato poi assessore regionale e al momento è il direttore dell'aeroporto di Tassignano dove ha creato una nuova struttura di ricerca nel campo aerospaziale e delle energie rinnovabili sotto il nome di "Zefiro innovazione". Eugenio Baronti è anche autore del libro recente "Con il piombo sulle ali" dove descrive la sua esperienza politica. Questo post è tratto dal suo blog.

giovedì, maggio 10, 2012

Comunicato ASPO-Italia, 6 maggio 2012

Un recente intervento del ministro Passera[1], raccolto dai media, esprime bene le posizioni che l'attuale governo italiano coltiva in ambito energetico, condividendo a quanto sembra la visione del precedente governo Berlusconi.

Ha sostenuto Passera:
"Abbiamo ingenti riserve di gas e petrolio che possono soddisfare il 20% dei consumi nazionali dal 10% attuale. Si possono generare 15 miliardi di euro di investimenti e 25mila posti di lavoro, si può ridurre la bolletta per le importazioni di energia di 6 miliardi, aumentando il Pil di mezzo punto".

martedì, maggio 08, 2012

Picco? Quale picco? Sta tornando Re Carbone!

Di Ugo Bardi
Pubblicato su "Effetto Cassandra"


Re Carbone potrebbe tornare per salvarci dal picco del petrolio, ma condannandoci ad un peggior destino in termini di riscaldamento globale (immagine dal National Media Museum).


Recentemente, Rembrandt Koppelaar ha pubblicato su the Oil Drum  un riassunto delle tendenze mondiali nella produzione di energia. La relazione ci dice che l'industria del petrolio sta lottando per mantenere l'attuale livello di produzione. Potrebbe non avere ancora raggiunto il picco, ma chiaramente non può riprendere le  passate tendenze ad incrementare. Ciò non sorprende, è stato previsto già nel 1998 da Colin Campbell e Jean Laherrere (link). Ciò che colpisce è il balzo in avanti del carbone. La produzione mondiale complessiva di energia non ha raggiunto il picco e questo a causa della rapida crescita del carbone, come potete vedere qui, dalla relazione di Koppelaar:



Il carbone sembrava aver raggiunto il proprio picco nel 1990, ma era un'illusione. La crescita della produzione di carbone durante il primo decennio del 21mo secolo è stata impressionante: mai vista prima nella storia. Quindi, Re Carbone sta tornando e potrebbe presto reclamare il titolo di sovrano del mondo dell'energia che aveva perso negli anni 60.

domenica, maggio 06, 2012

La dolorosa istoria delle rinnovabili italiane


Di Leonardo Libero, 22 aprile 2012

Importare energia nelle diverse forme è costato all’Italia 42,4 miliardi di euro nel 2009 (2,8% sul PIL), 53,9 miliardi (3,5% sul PIL) nel 2010, 61,9 miliardi (3,91% sul PIL) nel 2011 e si prevede che arriverà a costare 65,3 miliardi nel 2012 (fonte: Unione Petrolifera). Governanti consapevoli dovrebbero quindi essere i primi a favorire l’uso di quelle fonti di energia gratuite e “pulite”, offerte dalla Natura ad un Paese, tanto più se esso è noto nel mondo come quello “del Sole”.

martedì, maggio 01, 2012

Cambiamenti climatici e impatti sui laghi alpini


Di Alberto Maffiotti



Ad osservare fuori dalla finestra, questo è stato uno strano inverno. Anche per i nostri laghi pedemontani .
Quasi nessuno specchio lacustre è stato ricoperto dai ghiacci fino alla fine di gennaio. Poi all’arrivo del freddo di febbraio qualcosa è cambiato ma già il tepore di marzo ha riportato le condizioni termiche ad uno stato di evidente trend.

Contenuto, per il periodo invernale, è anche il numero e la varietà di uccelli acquatici (anatidi e svassi in particolare) che li frequentano. Sembra ormai riconosciuto dai più parti che i cambiamenti climatici in atto influenzano le caratteristiche degli ecosistemi acquatici. Diversi studi hanno dimostrato strette connessioni tra clima, proprietà termiche lacustri, fisiologia degli organismi, abbondanza della popolazione, struttura delle comunità e struttura della rete alimentare.

venerdì, aprile 27, 2012

Un po' di paglia in fondo al dirupo


Guest post di Dmitri Orlov su "Effetto Cassandra"
Traduzione a cura di Massimiliano Rupalti da Club Orlov





C'è un vecchio detto russo che dice: “Se avessi saputo dove sarei caduto, ci avrei messo sotto un po' di paglia” (“Знал бы, где упаду—соломки бы подостлал”). E' uno delle migliaia di detti che sono i depositari dell'antica saggezza popolare. Normalmente viene utilizzato per esprimere l'inutilità di tentare di anticipare l'inatteso. Qui, gli do un'accezione scherzosa, per sottolineare la follia del rifiuto di anticipare l'inevitabile.

martedì, aprile 24, 2012

Rischi petroliferi globali all'inizio del ventunesimo Secolo


Articolo apparso su The Oil Drum il 26 Marzo 2012. Traduzione di Massimiliano Rupalti.


Questo è un guest post di Dean Fantazzini (Scuola di Economia di Mosca, Università di Stato Mosca, Russia), Mikael Höök (Università di Uppsala, Svezia) e Andrè Angelantoni (Post-Peak Living, San Francisco, California). Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su Energy Policy, Volume 39, numero 12 del Dicembre 2011, pagine 7865-7873.

Riassunto:
L'incidente della Deepwater Horizon ha dimostrato che la maggior parte del petrolio rimasto è in profondità e offshore o in altri luoghi difficili da raggiungere. Inoltre, ottenere il petrolio rimasto negli attuali giacimenti richiede ulteriori attrezzature e tecnologia per le quali i prezzi sono più alti sia in capitale sia in energia. A questo proposito, le limitazioni fisiche sulla produzione sempre maggiore di petrolio sono evidenti, nonché che la possibilità che il picco della produzione avvenga in questo decennio. Viene discussa brevemente anche l'economia della domanda e offerta di petrolio, mostrando perché l'offerta disponibile sia fissata sostanzialmente a breve e medio termine. Inoltre,  viene suonato un campanello d'allarme per la recessione economica quando l'energia diventa una quantità sproporzionata della spesa totale del consumatore. In questo contesto, vengono richieste le pratiche di mitigazione del rischio da parte di governi ed aziende. In quanto ai primi, una tempestiva educazione alla cittadinanza sul rischio di contrattura economica è una politica prudente per minimizzare la futura potenziale discordia sociale. In quanto alle seconde, tutte le operazioni aziendali dovrebbero essere esaminate con l'obiettivo di costruire resilienza e prepararsi per uno scenario in cui capitale ed energia sono molto più costosi che in quelli Business As Usual.

sabato, aprile 21, 2012

Terremoti nell’Ohio provocati dall’ “Hydraulic fracking” ?

Testo di Guido Barone, con contributi di Silvie Coyaud, Luca Lombroso, Riccardo Reitano, Claudio Cassardo, Daniele Pernigotti e Stefano Caserini.
Pubblicato su Climalteranti


In Ohio la tecnica di estrazione del gas tramite acqua pressurizzata, già sotto accusa per gli impatti sulle acque superficiali, è stata associata all’aumento della frequenza di lievi terremoti nelle zone circostanti. Un gas fossile che se utilizzato aumenta ulteriormente la quantità di CO2 nell’atmosfera.

sabato, aprile 14, 2012

Il petrolio è welfare

Di Massimo Nicolazzi

Questo articolo fa parte del "Dossier Petrolio" dell'Ispi, di prossima pubblicazione.

Se aumenta il prezzo di barile di oro nero, non è facile stabilire chi ci guadagna. Si sa invece con certezza chi ci perde.

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 2/06 "L'Italia presa sul serio")

Aumenta il prezzo del petrolio e ti chiedi chi ci guadagna. A prima vista verrebbe da dire quello che vende. Se però ci guardi meglio, la realtà ti si riflette un po’ più sfumata.

giovedì, aprile 12, 2012

Carbone a Saline Ioniche: futuro sicuro?

Di Silvano Molfese






Qualche settimana fa in TV ho visto che si proponeva la costruzione di una centrale a carbone della potenza complessiva di ben 1.300 MW a Saline Ioniche, nel comune di Montebello Ionico: la punta sud della costa calabra. L’ incontro sarebbe stato promosso dal comitato “Futuro sicuro” : tale denominazione mi ha ispirato il disegno ed anche queste righe.

Le preoccupazioni che pone una centrale termoelettrica a carbone riguardano l’inquinamento legato alle elevate emissioni di biossido di carbonio (CO2 noto al pubblico come anidride carbonica), gas climalterante; a ciò si aggiungono i problemi legati allo smaltimento delle ceneri prodotte nella combustione: infatti queste polveri contengono pericolosissimi elementi come arsenico, piombo, mercurio ecc. Chissà se i proponenti hanno un piano per lo smaltimento sicuro di queste scorie!

Le emissioni di CO2 sono pericolose perché con l’aumento delle temperature globali si stanno già innescando pericolosissimi effetti a catena; uno di questi è la fusione del permafrost: il metano che si trova lì intrappolato, sotto forma di idrati di metano, sta fuoriuscendo in grandi quantità dalla superficie dell'Oceano Artico. A tal proposito è significativo l’articolo “Scioccante: il ritiro del ghiaccio Artico rilascia gas serra mortali”.

Rammento che il metano è un gas serra 25 volte più potente del biossido di carbonio.

E’ doveroso ricordare che il riscaldamento globale ha segnato inequivocabilmente il 2010 quando in Russia bruciò una superficie a cereali estesa quanto un terzo dell’Italia! Andarono in fumo 40 milioni di tonnellate di cereali e con essi il nutrimento minimo di base per 100 milioni di persone: i prezzi dei cereali subirono un’impennata e ciò ha fatto aumentare vertiginosamente la fame per i più poveri. (*)

Un altro aspetto da considerare è l’ aggravio per la nostra bilancia dei pagamenti: l’Italia, non avendo giacimenti di carbone, dovrebbe importare questa materia prima.

Anche estrarre carbone è diventato qualcosa di spaventoso: ne parla Bardi nel libro “La Terra svuotata” quando cita la miniera di Garzweiler in Germania. Le foto sono eloquenti: questo escavatore è alto quanto un palazzo di trentadue piani.


Immagine ripresa dal sito tedesco: http://www.olivepixel.com/misc/beast/beast.htm
L’inghippo della borsa elettrica

Eppure in Calabria ci sono condizioni di insolazione senz’altro molto favorevoli: la radiazione solare media annua risulta di circa 1.600 kWh/ m2 : con rese del pannello fotovoltaico del 15%, una superficie a pannelli FV pari a 10.000 m2 fornirebbe 2,4 milioni di kWh all’anno!

In realtà la società che propone la costruzione di tale centrale termoelettrica mira ai soldi (molti) che guadagnerebbe con la borsa elettrica: il kWh, immesso in rete nelle ore di punta della domanda di energia elettrica, viene pagato fino a cinque volte e oltre il prezzo minimo delle ore fuori punta!

A questo proposito è significativa la nota scritta da Francesco Meneguzzo, “Il pericolo mortale delle fonti rinnovabili”

Ecco perché, nonostante gli incentivi al fotovoltaico e le favorevoli condizioni di insolazione, la società Repower preferisce rimanere attaccata al carbone.

Tutto ciò avviene mentre negli Stati Uniti c’è una moratoria di fatto sulle centrali a carbone in base a quanto riportato da Lester Brown .

Insomma possiamo concludere che il carbone porterebbe la desolazione.



(*) Lester R. Brown, 2011- Un Mondo al Bivio. Edizioni Ambiente

lunedì, aprile 09, 2012

Il Club di Roma

Di Daniela Pietropoli
Pubblicato su Blog Drome





Cliccando qui arriverete a un interessante video del Club of Rome, dedicato al picco del petrolioE' in inglese ma ha anche i sottotitoli in inglese e quindi è mediamente comprensibile.

Il Club di Roma conquistò l'attenzione dell'opinione pubblica con il suo "I limiti dello sviluppo" (12/03/1972) che ragionava sul fatto che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta.


Il libro originale si chiamava "the limits to growth" malamente tradotto in italiano come I LIMITI DELLO SVILUPPO (GROWTH vuol dire CRESCITA), è stato edito con lo scopo di fornire ai leader mondiali che si apprestavano a incontrarsi nella terza Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (aprile 1972 a Santiago del Cile) e soprattutto la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano (giugno a Stoccolma) degli strumenti concettuali assolutamente fondamentali per decidere il futuro dell’umanità.

L'ideatore fu Aurelio Peccei, torinese, alto dirigente Fiat, antifascista, fondatore dell'Alitalia, rimette in sesto l'Olivetti e fonda l'Italconsult. Un dirigende d'azienda, non un ecologista, cosmopolita e competentissimo fondatore e direttore in America Latina una delle più fortunate filiali estere della Fiat.

Alla fine degli anni ‘50 Peccei decide di dedicare una parte del suo tempo “alla riflessione sui bisogni e sulle prospettive umane” con la precisa volontà di fare qualcosa di concreto anche in questo campo.Il risultato è stato "The limits to growth", un libro odiato ubiquamente proprio perchè ebbe successo immediato. 

Fanfani, seppure in modo superficiale, lo portò in Senato, ma dopo, già negli anni Ottanta, quelli della Milano da bere, il libro fu dimenticato nella ressa della crescita dei consumi, a cui seguirono negli anni Novanta l'apertura ai mercati dell'Est dopo la caduta del muro di Berlino e l'arrivo dei BRICS, principalmente la Cina. C'era ancora spazio di "crescita economica".

Nel dibattito che seguì l'uscita del libro (semplice da leggere) ci fu unanime ostracismo nei suoi confronti.In sintesi la Chiesa non lo sopportava perchè predicava la riduzione della natalità e così lo odiarono Indira Gandhi e altri leader; i capitalisti italiani con il Sole24ore non accettavano che le sue idee potessero ridurre i margini dei loro gaudagni per ridurre l'inquinamento che obiettivamente creavano su tutto l'ambiente (le chiamano esternalità, ovvero i guadagni sono loro e i rischi di tutti); la destra pseudo cristianfanatica lo odiava sempre per la questione della natalità oltre del fatto che avevano preso le sue tendenze come previsioni (adesso si può dire che le tendenze si sono verificate). 

La sinistra, sia quella moderata e sia quella oltranzista, si fecero sopraffare dall'ideologia del buon operaio che salva l'ecologia, quando andava bene, mentre nel peggiore dei casi lo etichettarono un libro odioso perchè fatto da dirigenti d'azienda e da industriali e quindi il nemico.

L'Italia politica e intellettuale non comprese l'importanza del libro, un libro che dava prospettive sul futuro analizzando un presente già chiaramente in declino fin dagli anni sessanta. Gli anni settanta furono gli ultimi anni di vero dibattito democratico (Pasolini era lì), ma provinciale e con una visione corta del proprio futuro. L'Italia allontanò da sé un italiano geniale e competente come Peccei (nemo propheta in patria).

Io credo che si perse una occasione, importante per comprendere meglio l'evoluzione civile dell'Italia (e del Mondo, ma qui parlo dell'Italia). La mia generazione, nata nei sessanta, avrebbe avuto più occasioni di vivere in un mondo migliore e soprattutto avrebbero avuto più occasioni quelli nati dopo di me, nei settanta e ottanta e così via.

Capire dove il Mondo stava andando a quel livello di crescita indiscriminata sarebbe stato importante, avrebbero potuto essere prese decisioni in tempo, e non adesso con l'acqua alla gola. E non sono nemmeno sicura che le TESTE PARZIALI capiscano che siamo con l'acqua alla gola. Chi vuole saperne di più veda "I limiti dello sviluppo in Italia - cronache di un dibattito 1971-74 di Luigi Piccioni e Giorgio Nebbia" sul sito di Greereport, che ringrazio.

venerdì, aprile 06, 2012

Biocarburanti da risorse “rinnovabili”. Note sul biodiesel


Di Rafael Iñiguez Sánchez,
riproposto da Antonio Turiel
 
SECONDA PARTE
(qui la prima parte dell'articolo)


Il FAME, per il suo potere igroscopico, agisce come un emulsionante, formando una micro emulsione di acqua in tutto il sistema del combustibile. Inoltre, il FAME è molto sensibile all'ossidazione e rispetto al suo carattere biodegradabile è quasi il doppio del miglior gasolio fossile.

L'esposizione precedente che descriveva le proprietà igroscopiche del FAME, di fronte alla assenza di affinità con l'acqua del gasolio fossile, è dovuta all'intenzione di mostrare, in primo luogo, la facilità dell'aumento del contenuto d'acqua in maniera spontanea nel FAME in caso di esposizione all'umidità. Questo spiega la maggior quantità di acqua permessa dalla specifica della norma EN 14214 per la miscela di gasolio fossile con il biodiesel, di fronte alla quantità consentita per i carburante diesel fossili. Riassumendo, il biodiesel può assorbire fino a 40 volte più acqua del diesel fossile.

Il problema è che quando il contenuto di acqua è superiore a 60 ppm è possibile la comparsa di vita microbica nei carburanti diesel. E' per questa maggior facilità di contenere acqua che i FAME sono suscettibili di “soffrire” di contaminazione di funghi, lieviti e batteri (5) che si sviluppano nell'acqua e si alimentano del gasolio. Inoltre come è comune in questi esseri viventi, la riproduzione, in circostanze favorevoli, avviene solitamente per duplicazione, cioè esponenziale e, con alimenti a disposizione e adeguata temperatura, in un cicli riproduttivi molto brevi.

Il funzionamento normale di un motore diesel scalda il combustibile, poiché il circuito è il seguente: “la pompa di aspirazione succhia combustibile dal serbatotio attraverso una griglia filtrante che si trova all'estremità del tubo di aspirazione. Questo combustibile arriva attraverso un primo filtro che elimina le impurità più grosse che il gasolio porta in sospensione. In seguito la pompa lo manda al filtro del combustibile e da lì passa alla pompa di iniezione, che lo manda agli iniettori. La pompa di alimentazione lavora normalmente con pressioni intorno a 1-2 kg/cm2 e in quantità sufficiente, essendoci una valvola di scarico che regola le suddette pressioni, avendo una canalizzazione di ritorno per il combustibile in eccesso che torna indietro al serbatoio”. Una volta riscaldato dal suo passaggio nel motore, il carburante un brodo di coltura temperato perfetto in cui crescono e si estendono questi esseri microscopici, formando colonie e producendo residui di consistenza gelatinosa, infettando il gasolio e ricoprendo le pareti del serbatoio, i condotti ed i filtri. Inoltre, hanno un effetto corrosivo su alcuni metalli come l'alluminio e leghe d'acciaio e, a causa del loro stato gelatinoso, ostruiscono i circuiti del combustibile e gli elementi filtranti, generando perdite di potenza nei motori ed avarie che, se non vengono riconosciute in tempo, sono gravi e costose, soprattutto quelle causate dalla corrosione.

Sono una trentina di specie diverse quelle capaci di vivere e moltiplicarsi nel gasolio.

Questo tipo di problema, che prima del 2008 avveniva quasi unicamente nell'ambito delle imbarcazioni, si sta estendendo all'autotrazione, ma sta cogliendo di sorpresa gli utenti e meccanici che sistemano i sintomi con una pulizia, senza conoscerne realmente, in molti casi, l'origine: “Un essere essere vivente su un carburante di nuova formulazione che è più propenso ad ospitare vita e che gli fa da nutrimento. Inoltre se non c'è un trattamento con la 'medicazione', il problema si ripeterà periodicamente, poiché è solo questione di tempo ed i batteri torneranno a moltiplicarsi”.



Voglio precisare che con questo non invito ad essere 'tuttofare' e che risolviamo questi problemi facendo una celebrazione del 'do it yourself'; se leggete l'etichetta di un biocida commerciale a questo scopo, vi renderete conto che ci sono parecchie precauzioni da prendere per manipolare quei prodotti e che se, per esempio, il prodotto viene a contatto con la nostra pelle, dobbiamo andare da un medico. Fate molta attenzione.

Una menzione a parte meritano gli sfruttamenti agricoli che si alimentano in grandissima parte di gasolio e che sono molto suscettibili a questo problema, visto che le macchine agricole funzionano in modo stagionale, quindi il gasolio rimane immagazzinato e stantio per lunghi periodi di tempo. Se per caso si contaminasse un grande serbatoio, si 'contagerebbero' tutti i macchinari che alimenta, creando loro problemi nei cari e vitali sistemi di iniezione.



Sedimenti prodotti da microorganismi nel gasolio e filtri ostruiti



Corrosione in un serbatoio di alluminio causata da microorganismi


I FAME hanno anche detrattori per altri motivi, per esempio negli Stati Uniti l'associazione dei fabbricanti di motori si è lamentata di ciò che considerano un'incongruenza, dato che dopo anni di sforzi e costi in Ricerca e Sviluppo in efficienza e riduzione delle emissioni, l'utilizzo dei carburanti biodiesel li ha fatti retrocedere notevolmente per i problemi tecnici e le incompatibilità che si sono presentate nel funzionamento dei motori. Il documento seguente raccoglie queste lamentele (clic per ingrandire):






Nei forum di automobili di tutti i paesi che usano il biodiesel, si leggono numerose storie di problemi di utenti di veicoli diesel, soprattutto con motori moderni dotati di tecnologi elettronica e di alto rendimento, probabilmente a causa dell'uso di FAME, anche se in molti casi è dovuto a un cattivo uso, visto che ci sono produttori di automobili che nei propri manuali limitano l'uso dei FAME. A volte, la causa delle avarie sono le infestazioni descritte prima, cioè quelle causate da microorganismi. Altre avarie sono dovute al maggior potere ossidante dei FAME, il che da loro più potere solvente, attaccando ed ammorbidendo i giunti e le guarnizioni di gomma. C'è anche da annotare, come causa dell'apparizione di un maggior numero di avarie, alla riduzione del tenore di zolfo consentito nella miscela, che fungeva da lubrificante, fino a un massimo di 10 mg/kg e che dovrebbe essere compensato dal maggior potere lubrificante del FAME.


(clic per ingrandire)
 
Inoltre, la presenza di acqua normalmente può dare al carburante alcune proprietà di lubrificante minori, accorciando la vita delle parti in movimento. Ci sono svantaggi anche riguardo alla cottura degli iniettori e per la maggior diluizione del carburante, per cui si raccomandano cambi d'olio su periodi più brevi rispetto che col gasolio fossile.

Curiosamente, quello che le nuove tecnologie nei motori ottengono precisamente è di ridurre le emissioni aumentando l'efficienza. Tuttavia le avarie si presentano apparentemente perché sono più vulnerabili a questi cambiamenti di composizione dei FAME, per cui il loro uso deve essere il più scrupolosamente corretto possibile, secondo i costruttori di motori, il che diventa complicato per un guidatore medio.

L'industria dei biocarburanti è recente e la legge di Murphy ha fatto la sua apparizione. Al momento, alcuni fabbricanti di additivi stanno sviluppando e commercializzando prodotti per combattere le nuove minacce agli utenti di motori diesel (ed ai loro dolenti portafogli), con trattamenti di biocidi di ampio spettro, compatibili con la meccanica e che servono a prevenire e 'curare' queste infestazioni. Si possono anche usare additivi molto costosi per micronizzare l'acqua e così evitare che si annidino i batteri. Secondo fonti del settore, dall'introduzione della miscela del biodiesel, è molto aumentata la domanda dei prodotti biocidi per le automobili. Sicuramente, in poco tempo questa industria riuscirà a risolvere questi problemi (probabilmente con un rincaro dei prodotti), ma al momento è una cosa da risolvere.

Vale la pena citare che il bollettino dello che regola i biocarburanti, (http://www.boe.es/boe/dias/2006/02/17/pdfs/A06342-06357.pdf ), citava già espressamente la possibile presenza di acqua nelle installazioni di immagazzinamento della miscela di gasolio e biodiesel, poiché questa miscela è più propensa ad assorbire umidità ed a contenelrla disciolta. E' che la presenza di acqua è l'origine dei problemi di contaminazione biologica, corrosione e diminuzione della capacità lubrificante.

Raccomando anche la lettura del rapporto elaborato dalla AOP con la collaborazione tecnica di Deloitte, nel quale si ponevano 'gravi problemi' all'introduzione dei biocarburanti in Spagna, fra i quali le incompatibilità di molte delle motorizzazioni esistenti con miscele superiori al 5% di FAME. Inoltre, avverte che: “la sicurezza giuridica non è garantita visto che non vengono fissati alcuni requisiti concreti di qualità e non si assicura la corretta informazione al cliente finale”.
Cito anche il sunto del processo di fabbricazione del biodiesel, pubblicato dal membro del Dibattito sull'energia su Facebook, Armand Valeta Roig, il quale è ingegnere chimico di formazione e che lo ha descritto con il seguente paragrafo:

Reazione di transesterificazione

“I biodiesel sono esteri metilici di acidi grassi ottenuti per transesterificazione dei grassi vegetali (trigliceridi) mediante metanolo e un catalizzatore, per esempio metilato sodico. I sottoprodotti della reazione sono molto difficili da eliminare al 100% e tanto il metanolo residuale, l'olio che non ha reagito, la glicerina, così cme il metilato sono veleno per i motori, possono ossidarsi e provocare corrosione e scorie, inoltre contengono una certa quantità di umidità molto difficile da eliminare ed ora mancano solo i batteri anaerobici”.

Sapete già che se qualcosa può andare storto...

Con tutta questa esposizione ho solo voluto mostrare che lo sviluppo e l'introduzione di nuove soluzioni non è tanto facile come sembra, poiché appaiono problemi di difficile previsione e la cui risoluzione avrà un costo energetico supplementare e mostrerà i limiti dell'applicazione. In questo caso, dato il basso EROEI, se compaiono problemi risolvibili con un maggior consumo di energia, praticamente 'trasferisce' l'energia impiegata nella produzione al biodiesel elaborato, trasformandolo in un vettore energetico, non in una fonte di energia.

Non un buon equilibrio!

Rafael Iñiguez Sánchez,
Gennaio 2012.



Fonti e riferimenti seconda parte:


(5) http://www.boatwide.es/acatalog/Grotamar71_ES_BWSL.pdf
(6) http://www.wearcheckiberica.es/documentacion/doctecnica/combustibles.pdf
http://www.appa.es/descargas/una_obligacion_biocarburante_espana_mar07.pdf
http://www.marabierto.eu/noticias/grotamar-82-especial-biodiesel
http://www.acbiodiesel.net/docs/news/BOE_4_sep_2010.pdf (modificazione al 7%)
http://www.boe.es/boe/dias/2011/10/20/pdfs/BOE-A-2011-16468.pdf (desolforazione)
Norme di qualità del biodiesel
http://www.biodieselspain.com/2011/02/25/el-gasoleo-debera-contener-un-7-de-biodiesel/ (modificazione al 7%)
http://www.caminoseuskadi.com/Demarcacion/Actividades/Biomasa/Biocombustible
http://www.biocarburante.com /
http://www.ambisol.es/index.php?Tema=detallen&id=863
http://www.ambisol.es/index.php?Tema=detallen&id=765
http://biodiesel.com.ar/3067/biodiesel-en-espana-la-planta-de-biodiesel-de-linares-echa-el-cierre-tras-captar-24-millones-de-euros
http://www.biocarburante.com/biocombustibles-en-espana-informe-de-situacion/
http://www.wearcheckiberica.es/boletinMensual/PDFs/ESPECIFICACIONES_DEL_GASOLEO_Y_BIODIESEL.pdf
http://www.aop.es/informes/biocombustibles/Dossier_AOP_biocombustibles_version_final.pdf
http://www.boe.es/boe/dias/2008/10/14/pdfs/A41170-41175.pdf
http://www.mecarun.es/uploads/ANTI BACTERIAS para GASOIL%281%29.pdf